Ci risiamo. L’altro giorno mi è stato suggerito un articolo che parla di uno studio australiano sul Coronavirus creato in laboratorio. Mi è sembrato dunque il caso di analizzarne il contenuto.

Verifica della fonte

Cominciamo dal puro e noioso Fact Checking: l’articolo in questione è del blog “Neovitruvian“. All’interno dell’articolo riporta 3 fonti: l’ultima in basso rimanda ad un altro articolo inglese, che se lo leggete notate che è identico parola per parola, segno che è stato semplicemente tradotto. Questa è una pratica molto comune nei blog fuffari, che per risparmiare tempo invece di produrre contenuti originali si limitano a copiare quelli di altri siti inglesi/americani, così da poter pubblicare un numero maggiore di articoli. Peraltro, fa sorridere il fatto che, nel tradurre di fretta, l’autore italiano abbia parlato di uno studio australiano, mentre la fonte originale parla di uno studio austriaco. Ma gli errori ci possono stare.

Quello che invece fa pensare è che il suddetto articolo inglese riporta al fondo una fonte, questa, che non è altro che un articolo che in sostanza sostiene l’esatto contrario, ossia che non ci sono evidenze che il virus provenga da un laboratorio (è lo stesso titolo a dire “Wuhan lab says there’s no way coronavirus originated there“), e che specifica proprio che:

The spike protein that the virus uses to attach to ACE2 receptors on the outsides of human cells, would almost certainly have emerged in nature and not as a lab creation.  This analysis of coronavirus genome sequences from patients and from various animals suggests that the virus likely arose in an animal host and then may have undergone further changes once it transmitted and circulated in people,” 

In ogni caso, l’articolo italiano ha altri due link, uno dei quali in particolare riporta allo studio in questione.

Questo è lo studio: come potete verificare, esso è stato pubblicato il 13 maggio, quindi è nuovo e come tale non è ancora stato sottoposto a peer review. Peraltro, non si tratta della mia semplice opinione, dal momento che il disclaimer in alto precisa proprio queste parole:

Important: e-prints posted on arXiv are not peer-reviewed by arXiv; they should not be relied upon without context to guide clinical practice or health-related behavior and should not be reported in news media as established information without consulting multiple experts in the field.

Insomma: la stessa rivista prende le distanze e addirittura afferma che il suddetto studio “non deve essere riportato nei media come informazione accertata“. L’esatto contrario di quanto fatto dall’articolo…

Insomma, l’articolo riportante lo studio australiano su coronavirus dimostra sia un chiaro intento allarmistico e clickbait, sia il fatto che lo studio in questione deve ancora essere verificato.

Studio australiano sul Coronavirus: il contenuto

Abbandonata la verifica delle fonti, cerchiamo di entrare nel merito e capire cosa lo studio australiano sul Coronavirus dica esattamente e su cosa basi la sua deduzione.

Come si legge sia nella premessa dello studio che nell’articolo, la deduzione che il virus sia stato assemblato in laboratorio si basa sul fatto che i ricercatori

Hanno scoperto che “il coronavirus si lega in modo più potente all’ACE2 umano rispetto alla versione animale del recettore “. Gli autori ritengono che ciò significhi che il virus “è specializzato nella penetrazione di cellule umane avendo vissuto in precedenza in cellule umane, molto probabilmente in un laboratorio

Questa affermazione credo avrà fatto cadere dalla sedia tutti i virologi. Tralasciando i dettagli, per i quali potete approfondire con questo articolo, quello che in sostanza i ricercatori affermerebbero è che siccome questo virus ha una proteina che è capace di infettare l’uomo, mentre il suo corrispondente virus dei pipistrelli non può, ciò sarebbe la prova che il virus abbia subito una manipolazione artificiale. Il problema è che affermare questo equivale di fatto a dire che gli spill over sarebbero impossibili in natura. Infatti, la caratteristica dello spill over consiste proprio nel fatto che un virus, a seguito di mutazioni genetiche accavallatesi nel tempo, acquisisca una proteina che gli permette di infettare gli umani, dando appunto luogo al “salto di specie“.

Secondo i ricercatori, questa mutazione deve per forza essere artificiale? Bene, questo però implica che anche la SARS, la MERS, l’aviaria e la suina, che hanno seguito lo stesso processo, sarebbero stati creati in laboratorio. Non solo: perfino la spagnola del 1917 lo sarebbe, avendo seguito sempre quel tipo di dinamica, il che implicherebbe che anche la spagnola sarebbe stata assemblata in laboratorio in un periodo storico nel quale l’essere umano non aveva né le competenze né tantomeno le tecnologie per fare una cosa simile! Chi l’avrebbe ingegnerizzata la spagnola, gli alieni?

E’ evidente che questa ricostruzione è sbagliata proprio come punto di partenza, e che la stessa ha inficiato del tutto l’analisi successiva.

Infatti, il ricercatore prosegue affermando che:

Ci sono alcune caratteristiche molto insolite, tra cui un adattamento umano ottimale, che in assenza di identificazione di un virus quasi identico in una popolazione animale da cui sarebbe potuto nascere il COVID19, indicherebbe l’intervento umano a un certo punto dell’evoluzione del coronavirus (…)

e che tuttavia

Se si trovassero un vettore animale e un virus, ovviamente questo risolverebbe completamente la questione.

Accusa infine la Cina di non muoversi in tal senso, insinuando una certa malafede.

Il problema è però che questo ceppo di virus è stato trovato eccome, e già da mesi, come emerge in questo articolo nel quale si dà atto che

il virus appena scoperto, l’RmYN02, è ancora più strettamente correlato alla SARS-CoV-2 in alcune parti del genoma, inclusa la sezione di codifica più lunga del genoma chiamata 1bor, dove condividono il 97,2% del loro RNA 

Del resto, anche gli studi più risalenti, e già sottoposti alla verifica tra pari, attestano l’estrema vicinanza di questo virus con quello dei pipistrelli e in particolare con altri Coronavirus che hanno subito un salto di specie, come risulta dalla figura qui sotto estratta proprio dallo studio su Lancet.

studio australiano sul coronavirus

Del resto, in questi stessi studi già verificati in peer review si dà atto che

It is improbable that SARS-CoV-2 emerged through laboratory manipulation of a related SARS-CoV-like coronavirus. As noted above, the RBD of SARS-CoV-2 is optimized for binding to human ACE2 with an efficient solution different from those previously predicted7,11. Furthermore, if genetic manipulation had been performed, one of the several reverse-genetic systems available for betacoronaviruses would probably have been used19. However, the genetic data irrefutably show that SARS-CoV-2 is not derived from any previously used virus backbone20

La ricostruzione che, a parere dei ricercatori australiani (o austriaci?), renderebbe del tutto improbabile una derivazione animale, appare quindi profondamente smentita sia dalle nozioni base di virologia, sia dagli studi condotti in tutto il mondo e sottoposti alla verifica tra pari, sia alle indagini che hanno permesso di individuare il parente stretto del Sars-Cov-2 e di riscontrare come la struttura genomica del virus sia estremamente simile ad altri Coronavirus che hanno avuto uno spill over, come la SARS e la MERS. Nulla di insolito o improbabile, quindi.

Conclusioni

Insomma: lo studio australiano sul Coronavirus fonda le sue premesse in un presupposto sbagliato, ossia che non esista un parente stretto di quel virus in natura e quindi la presenza di quella particolare proteina non possa che essere frutto di un intervento umano; circostanza già dimostrata falsa dalla comunità scientifica e che in ogni caso sembrerebbe addirittura negare la possibilità dei salti di specie in generale, almeno per come è spiegata nell’articolo incriminato.

Inoltre, è la stessa rivista a segnalare che lo studio non è stato sottoposto a peer review, quindi il suo contenuto è da prendere con tutte le cautele del caso, al punto che viene addirittura richiesto che non sia diffuso come se fosse una notizia certa.

Su internet c’è tutto e il contrario di tutto: per imparare a capire cosa sia verosimile e cosa no, è necessario attivare i neuroni e svolgere queste verifiche, sia sulla forma che sul contenuto. Altrimenti, saremmo in balia dei nostri bias cognitivi, e ci convinceremo delle cose solo perché il nostro cervello preferisce una teoria all’altra, e su internet possiamo trovare sempre qualcosa che confermi la nostra idea. Anche se è una fesseria.

P.T.

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