Le dinamiche del bias di conferma e del ragionamento in Antimetodo, come ho sempre cura di precisare, non dipendono dall’intelligenza o dalla cultura di qualcuno; sono dinamiche istintive, legate al nostro cervello primordiale. Come tali, esse possono manifestarsi anche nei confronti degli scienziati, che per definizione dovrebbero essere i soggetti che meglio degli altri sanno scavalcare quei bias. Quella che ho trovato essere la migliore dimostrazione di questo è l’esperimento Rosenhan. Vediamo di cosa si tratta.

L’esperimento Rosenhan

David Rosenhan

David Rosenhan era uno psicologo. Convinto dal fatto che gli psichiatri non adottassero davvero dei criteri “scientifici” per le loro diagnosi, decise di avviare un esperimento diviso in due fasi, volto a dimostrare la fallacia del loro approccio. I risultati del suo esperimenti bifasico furono poi pubblicati sulla rivista scientifica Science, con il titolo On being sane in insane places (“essere sani in un luoghi malati“).

Per capire il perché di questo nome, ripercorriamo insieme le due fasi dell’esperimento Rosenhan.

La prima fase dell’esperimento

Con il primo esperimento, Rosenhan aveva selezionato una decina di persone assolutamente sane di mente, aveva falsificato le loro cartelle cliniche e le aveva mandate per un certo periodo in una struttura psichiatrica, con l’unica indicazione di comportarsi nel modo più naturale e spontaneo possibile.

Gli psichiatri della struttura che ne analizzarono i comportamenti riscontrarono in ognuno di loro alcune fobie, manie ossessive o altre problematiche riconducibili a deficit psichici (ad esempio, uno di loro era una pittrice e passava le giornate a dipingere: gli psichiatri riscontrarono nei suoi quadri tutta una serie di ossessioni riconducibili a traumi familiari).

L’esperimento aveva dimostrato che quei medici, convinti dalle cartelle cliniche di un rinomato collega, avevano maturato un pregiudizio su quelle persone che faceva vedere loro ogni comportamento alla luce del fatto che il paziente avesse dei disturbi mentali, reinterpretando i fatti nell’inconscio tentativo del cervello di adattarli a quel pregiudizio.

In pratica, partendo dal presupposto che se stavano lì era perché avevano problemi mentali, reinterpretavano ogni azione nel tentativo di ricondurla a qualche deficit psichico. Anche se erano assolutamente sani di mente.

La seconda fase dell’esperimento Rosenhan

Ma questo è niente perché lo stesso psichiatra, qualche tempo dopo, tentò un secondo esperimento: contattò un’altra struttura psichiatrica segnalando che da quel momento, per finalità di ricerca, avrebbe inviato loro pazienti indifferentemente sia sani che malati, per verificare la loro capacità di riconoscere i “falsi positivi”.

Bene, nei mesi successivi, le diagnosi di sanità mentale dei pazienti da lui inviati nella struttura aumentò di più del doppio rispetto al normale. Quale era il problema? Che il nostro psichiatra burlone aveva mentito, e aveva sempre e solo mandato loro pazienti effettivamente malati!

Il pregiudizio aveva funzionato anche al contrario: nella convinzione che alcuni di quei pazienti fossero per forza sani (così gli aveva annunciato il collega), i medici alteravano le loro deduzioni sulla base di quel dato, finendo per sentirsi “costretti” ad individuare gente sana e in questo modo a rilasciare persone malate di mente per il solo fatto che forse lo erano “meno” delle altre.

Dovevano esserci dei pazienti sani, quindi scartavano dall’elenco quelli che sembravano esserlo meno.

L’Antimetodo e il bias di conferma

Se l’intento Rosenhan era quello di dimostrare la fallacia delle metodologie degli psichiatri, in realtà quello che riuscì davvero a dimostrare è che anche gli uomini di scienza tendono a ragionare in Antimetodo: falsando i presupposti del loro ragionamento con gli espedienti indicati dai due esperimenti, Rosenhan era riuscito a inculcare negli psichiatri un pregiudizio di fondo, che questi avrebbero poi utilizzato per interpretare le prove che raccoglievano.

In pratica, li aveva indotti ad adottare una metodologia di ragionamento opposta al metodo scientifico: anziché raccogliere i dati e analizzarli per giungere a una conclusione, essi partivano dalla conclusione e selezionavano solo i dati che fossero in linea con quella conclusione, attraverso il bias di conferma.

L’esperimento Rosenhan dimostra quindi due cose:

  • Le dinamiche dell’Antimetodo riguardano tutti, scienziati compresi, e si innescano con estrema facilità, semplicemente offrendo al cervello un appiglio, più o meno esplicito, da usare come riferimento per ragionare (effetto ancoraggio);
  • è fondamentale il ricorso a criteri neutrali, razionali e scientifici che sappiamo scavalcare queste dinamiche, impedendo al nostro cervello primordiale di traviare completamente l’analisi dei dati.

L’esperimento Rosenhan non ha dimostrato che la psichiatria sbaglia: ha dimostrato che tutti noi, quotidianamente, incappiamo in questo tipo di errori.

P.T.