A distanza ormai di 5 mesi dalle prima misure di quarantena, e di fronte al rischio di un nuovo lockdown, molti ancora si interrogano su una questione importante: il lockdown funziona davvero?

Ho letto molti scettici in giro sui social – qui un esempio – che analizzando i dati affermano che i Paesi che hanno evitato il lockdown sono in realtà quelli con il tasso di mortalità più basso al mondo.

Ma è davvero così? In effetti, quando mi è stato proposto il post con allegato grafico citato qui sopra, i dubbi sono venuti anche a me. Ma dal momento che i dati non basta prenderli così in assoluto, ma vanno sempre interpretati, contestualizzati e soprattutto verificati, mi sono messo ad analizzare i singoli casi per trarre delle conclusioni che non considerassero unicamente il dato preso isolatamente, ma che valutassero anche i fattori di contorno, così da poter stabilire se effettivamente il lockdown funziona o meno.

Il Lockdown funziona? Quali elementi vanno considerati

La premessa da cui è necessario partire è che il grafico in oggetto prende in considerazione la mortalità della malattia. Per i non addetti ai lavori, è bene sapere che mortalità e letalità sono due concetti diversi in statistica:

  • la mortalità è la percentuale di morti sull’intera popolazione;
  • la letalità è la percentuale di morti sul numero di contagiati per quella malattia.

Come potete capire, si tratta di due dati molto diversi tra loro: se la letalità considera l’incidenza del tasso di morte causato dalla malattia rispetto ai contagiati, la mortalità è un dato molto più generico, che ovviamente dipende da numerosi altri fattori quali, fra tutti, la popolazione totale. E’ chiaro cioè che il tasso di mortalità, a parità di contagiati e morti, sarà molto più alto in Paesi con pochi abitanti, mentre la letalità offrirà un numero più preciso per comprendere l’effettiva pericolosità della malattia, dal momento che rapporta i morti al numero di contagiati e non al numero totale.

Una malattia che contagia 1000 persone ne uccide 1000, ha una letalità del 100% a prescindere dal Paese considerato, e infatti quel 100% è indicativo della pericolosità della malattia; ma se consideriamo che la malattia si diffonde in Cina (2 miliardi di persone), uccidere 1000 persone in Cina incide in modo praticamente nullo sul tasso di mortalità, che sarà inferiore allo 0,0001%, nonostante la malattia uccida tutti quelli che contagia.

Di fatto, il tasso di mortalità ci dice molto poco sul fatto che il lockdown funziona o meno: lo scopo del lockdown non è infatti quello di tenere bassa la mortalità, ma quello di tenere basso il numero dei contagi.

Inoltre, il numero dei contagi e il suo rapporto con il numero di decessi è a sua volta influenzato da moltissimi fattori, quali ad esempio:

  • la popolazione totale;
  • la densità di popolazione;
  • l’età media della popolazione (ricordo che il virus uccide soprattutto gli anziani);
  • le caratteristiche geografiche del Paese e la capacità di spostamento delle persone;
  • le abitudini e le tradizioni della popolazione, come il tipo di vita sociale e l’attitudine al rispetto delle regole.

E’ dunque necessario considerare anche questi fattori se si vuole fare una analisi più completa della situazione e capire davvero se il lockdown funziona o no.

Partendo da questi presupposti, ho analizzato nello specifico i singoli casi individuati dal grafico, e in particolare Nicaragua, Bielorussia, Indonesia, Svezia, Corea del Sud e Giappone.

Indonesia e Giappone

Cominciamo dai due Paesi più grandi. Come vedete dai numeri, entrambi i Paesi hanno una popolazione che supera i 100 milioni di abitanti e una densità di popolazione molto alta; eppure i contagi e i morti paiono molti meno di altri Paesi, come appunto l’Italia.

Per essi, c’è un aspetto preliminare che deve essere considerato per svolgere un’analisi corretta, ossia il fatto che non è vero che Indonesia e Giappone non hanno fatto il lockdown.

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Dati Indonesia

Per quanto riguarda l’Indonesia, come si legge da questo recente articolo, l’aumento repentino dei contagi sta costringendo il Governo indonesiano a ripristinare le misure restrittive già predisposte a marzo, il che significa chiaramente che, durante la prima ondata, delle misure sono state prese. Come si legge anche qui, vi è stata una sorta di “semi-lockdown” con l’imposizione di misure di distanziamento, la chiusura dei principali luoghi pubblici, la continua sanificazione delle aree pubbliche e l’invito alla popolazione a non uscire di casa.

La stessa cosa vale per il Giappone: dire che il Paese del Sol Levante non ha fatto il lockdown è fuorviante. E’ vero cioè che la Costituzione giapponese non consente di imporre restrizioni del genere, ma è anche vero che i giapponesi hanno un senso civico diverso dal nostro e che per loro una semplice raccomandazione è una legge. Infatti, come potete leggere in questo articolo, l’aumento dei contagi in marzo ha spinto il governo, anche qui, ad imporre un “semi-lockdown” che di fatto prevede misure anche drastiche:

Tokyo va dunque verso un sostanziale “lockdown”, con la raccomandazione ai cittadini di stare il più possibile in casa, salvo specifiche necessità. I servizi considerati essenziali continueranno a funzionare. Le autorità locali potranno limitare gli assembramenti, destinare a servizi di pubblica utilità aree private (anche per realizzare strutture ospedaliere temporanee) ed effettuare altri tipi di requisizioni. La Governatrice di Tokyo Yuriko Koike ha anticipato che il governo metropolitano ha fatto i preparativi per attuare e spiegare ai cittadini lo stato di emergenza e le sue conseguenze. Koike ha già raccomandato ai cittadini di restare in casa negli ultimi due weekend e ha deciso di posticipare l’avvio dell’anno scolastico presso gran parte delle scuole che fanno capo all’amministrazione metropolitana.

Insomma: è vero che i due Paesi considerati non hanno fatto un lockdown “pieno”, ma utilizzarli nella “classifica” solo perché hanno avuto pochi contagiati e pochi morti significa fare un uso disonesto dei dati, una sorta di Cherry Picking. Di grandi Paesi che hanno adottato misure di semi-lockdown, infatti, ce ne sono anche molti altri, quindi perché selezionare tra tutti solo i due che hanno avuto meno casi e ignorare tutti gli altri?

Dati Stati Uniti

Ricordiamo infatti che tra i paesi con più di 150 milioni di abitanti, ce ne sono stati altri che, complici governi negazionisti, hanno adottato misure solo parziali o che addirittura non le hanno adottate del tutto. Mi riferisco, ad esempio, a Stati Uniti e Brasile. Se in USA le misure sono state contrastate dallo stesso governo e gestite in modo farraginoso dai vari Stati federati, in Brasile Bolsonaro – come si legge qui – ha addirittura contrastato con ogni mezzo ogni forma di lockdown.

Se andiamo a vedere i dati di questi due Paesi, notiamo che gli Stati Uniti dominano la classifica sia per numero di morti che per numero di contagiati, mentre il Brasile è il terzo Paese al mondo per contagi e il secondo per numero di morti.

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Dati Brasile

Se ora paragoniamo i dati di due paesi con popolazione simile – Brasile e Indonesia – notiamo come l’Indonesia, che ha disposto misure di semi-lockdown e nonostante una densità di popolazione di 133 ab/km2, ha avuto 300 mila casi e 11 mila morti, mentre il Brasile, che non ha adottato alcuna misura restrittiva, viaggia sui 5 milioni di contagi e 146 mila morti. A chi è andata meglio?

Per quanto riguarda Giappone e Indonesia, dunque, il grafico opera una scelta arbitraria dei Paesi selezionando solo quelli che hanno avuto meno casi e meno morti, ignorando altri Paesi che hanno adottato misure ancora meno restrittive nei quali il virus ha fatto una carneficina.

Bielorussia e Nicaragua

Diverso il discorso per Bielorussia e Nicaragua. Anche questi due Paesi, nonostante la lontananza geografica e culturale, sono accomunati da un elemento: l’assoluta incongruenza dei dati.

La Bielorussia, in particolare, ha sempre adottato un atteggiamento negazionista verso il virus: come risulta da diversi articoli di giornale – questo ad esempio – il Governo ha evitato misure di quarantena sminuendo la portata del problema, spingendo addirittura i cittadini a predisporre una raccolta firme per imporre una quarantena e diversi negozianti a chiudere in autonomia.

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Dati Bielorussia

Ma il vero problema emerge analizzando i dati diffusi dal governo Bielorusso sulla pandemia: si nota infatti una crescita esponenziale dei casi, come anche dei guariti, il che è normale e perfettamente in linea con l’andamento della pandemia negli altri Paesi. A differenza di tutto il resto del mondo, però, il numero dei morti da Covid è da sempre stabile e non sembra crescere con la stessa curva con cui crescono i contagi. Il che è abbastanza assurdo e rende la Bielorussia l’unico caso al mondo con queste caratteristiche. Una situazione del genere (i contagi aumentano, i morti no) è spiegabile solo in tre modi:

  • i bielorussi sono immortali;
  • i bielorussi conoscono una cura miracolosa che non ciela dicono;
  • I bielorussi mentono sui morti.

Un discorso simile vale per il Nicaragua: come potete leggere in questo articolo, il Nicaragua ha pochissimi casi semplicemente perché non fa i tamponi quindi non monitora la situazione, circostanza che è già costata al Paese centro americano diverse accuse da parte dell’OMS e da parte degli stessi medici del Nicaragua.

Insomma: per questi due casi, il problema sta nel fatto che i dati diffusi non sono attendibili e non possono essere usati per fare dei paragoni.

Svezia

Veniamo al caso della Svezia, sul quale possiamo fare dei ragionamenti interessanti. In effetti, la Svezia non ha adottato misure di lockdown e la mortalità appare sensibilmente più bassa che da noi (597 morti per milione di abitanti in Italia contro i 588 della Svezia). Questo dato basta da solo a stabilire che la Svezia ha agito meglio di noi?

No. Intanto per un dato fondamentale: la Svezia conta 10 milioni di abitanti, l’Italia 60. Nonostante l’Italia abbia quindi 6 volte la popolazione svedese, il tasso di mortalità è quasi uguale, il che dovrebbe suggerirci che le scelte svedesi sono state almeno 6 volte peggiori delle nostre.

Ma non è solo questo. Come visto prima, ci sono numerosi fattori che incidono sul numero di contagi e sulla letalità:

  • la densità di popolazione: l’Italia ha una densità di popolazione di quasi 200 abitanti per km quadrato, la Svezia appena 23. E’ dunque ovvio che un virus si diffonda più rapidamente da noi che da loro;
  • l’età media: il virus uccide principalmente gli anziani, e la nostra età media è sensibilmente più alta che in Svezia (45 anni contro 40);
  • le abitudini e le tradizioni: la Svezia ha culturalmente un senso civico e un’attitudine al rispetto delle regole ben diverse dai nostri, quindi in Svezia sono state seguite le raccomandazioni in modo molto più scrupoloso che qui, dove si trovava anche in quarantena ogni scusa possibile per uscire. Inoltre, le tradizioni familiari scandinave sono diverse dalle nostre, quale ad esempio il ruolo dei nonni nella crescita dei nipoti che da noi è pregnante mentre da loro quasi inesistente. La limitazione dei contatti tra nipoti e nonni ha sicuramente inciso sui contagi e la letalità della malattia.

Insomma, paragonare i numeri assoluti di Svezia e Italia non ha molto senso, perché quei numeri risentono dell’influenza di molti altri fattori che alterano quella proporzione. Per comprendere se il lockdown funziona, sarebbe invece opportuno paragonare i dati della Svezia con quelli di altri Paesi simili che hanno fatto il lockdown, come gli altri Paesi scandinavi. Osservando il grafico che propone questo paragone, si comprende ictu oculi che la scelta svedese è stata un disastro.

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La Svezia non è dunque per niente l’esempio giusto per dimostrare che il mancato lockdown funziona.

Corea del Sud

E veniamo finalmente all’esempio della Corea del Sud. Il paragone tra Corea del Sud e Italia è certamente più pertinente, visto che i due Paesi hanno una popolazione simile e la Corea ha addirittura una densità più che doppia rispetto alla nostra.

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Dati Corea del Sud

I dati della Corea sono i migliori del mondo: pochi contagi, letalità bassissima (appena 400 morti, una sorta di miracolo). Questo dimostra che il lockdown non funziona? Per capirlo, bisogna conoscere la situazione in Corea del Sud.

La Corea del Sud è infatti reduce da un’epidemia di MERS, conclusasi nel 2015 (qui un articolo in merito). Le conseguenze dell’epidemia sono quindi rimaste ben impresse nella popolazione e nei governi, che hanno deciso di adeguarsi ai protocolli dell’OMS e strutturare una vera e propria strategia di prevenzione per arginare nuove epidemie.

Come si può leggere in quest’altro articolo, la Corea ha potuto evitare il lockdown perché ha adottato un sistema alternativo in via preventiva, basato sui tamponi a tappetto per individuare i positivi e su sistemi digitali di tracciamento dei contagi e dei contatti che ha permesso al Paese di tenere costantemente sotto controllo l’evolversi dell’epidemia, isolando i singoli focolai e riuscendo a scongiurare l’aggravarsi della crescita esponenziale dei casi senza dover ricorrere a misure drastiche come un lockdown.

In effetti, la Corea ha dimostrato che esiste un sistema anche più efficace e meno doloroso di una quarantena generale per sconfiggere un’epidemia. Il problema è che questa strategia ha valore preventivo e deve essere predisposta prima che l’epidemia si diffonda, altrimenti diventa del tutto inutile.

In Italia, una strategia del genere in via preventiva era assolutamente inapplicabile, sia perché non eravamo dotati di un numero di tamponi sufficiente, né di tecnologie già pronte per predisporle, sia perché non disponevamo ancora di un’app per il tracciamento, che in Corea esiste da 5 anni. Del resto, quando anche noi abbiamo iniziato tamponare a tappeto e a rendere disponibile un’app per il tracciamento, gli italiani hanno protestato perché i tamponi creano danni al cervello oppure sono farlocchi e l’app serve solo per controllarci la vita, e quindi è stata un completo fallimento.

Curioso che a sostenere che la Corea abbia agito meglio di noi siano gli stessi che poi si scagliano contro i tamponi e il tracciamento, ossia esattamente le due misure che hanno permesso alla Corea di affrontare l’epidemia meglio di noi…

Il lockdown funziona?

Per concludere. E’ molto facile prendere dei dati caso, estrapolarli dal suo contesto senza neppure verificarli e selezionarli accuratamente per dimostrare quello che si vuole. Il problema è che tutto ciò non ha alcun valore scientifico-statistico. Ogni Paese fa storia a sé, ogni realtà va valutata nel suo specifico, i dati vanno verificati, controllati, analizzati calandoli nel loro contesto di riferimento. E soprattutto bisogna guardarli tutti, non solo quelli che ci danno ragione.

Quello che emerge dall’analisi è che il lockdown ha ovunque fermato la crescita dell’epidemia, abbassando l’Rt della malattia. E questo è un dato di fatto incontrovertibile. Il lockdown funziona. I Paesi che non lo hanno fatto non se la sono passata affatto bene, tanto che alcuni hanno dovuto alterare i dati; a parte la Corea, che ha adottato un sistema preventivo estremamente efficace.

Non ci resta che sperare che l’esempio della Corea sia seguito, e che in un prossimo futuro, di fronte a un nuovo rischio pandemia, tutti i Paesi si ricordino del 2020 e si facciano trovare pronti come lo è stato il paese asiatico, così da poter intervenire subito senza dover predisporre un lockdown.

P.T.